29 settembre 2026
Gli spaghetti bianchi che arrivano da una pianta chiamata lingua del diavolo
Shirataki in giapponese vuol dire cascata bianca. Il bulbo da cui si ricavano, invece, in inglese si chiama lingua del diavolo, e per diventare cibo ha bisogno di una lavorazione vecchia di secoli.

In giapponese si chiamano shirataki, cascata bianca: sono i fili sottili e quasi trasparenti che questa settimana trovate nell'insalata con zucchine, carote, germogli di soia ed edamame. Il nome della pianta da cui arrivano è molto meno gentile. L'Amorphophallus konjac in inglese lo chiamano devil's tongue, lingua del diavolo, per via del fiore viola scuro che tira fuori; è parente stretto dell'Amorphophallus titanum, uno dei fiori più grandi del mondo.
Quello che finisce nel piatto però non è il fiore: è il bulbo, una specie di patata che da sola non si mangia. Va essiccata, ridotta in farina e fatta rapprendere con acqua e un coagulante alcalino. Senza altro dentro viene bianca; in Giappone ci aggiungono alghe hijiki per farla scura. È un prodotto di lavorazione, non un ortaggio da affettare: lo fanno dal VI secolo, e la farina che lo rende trasportabile è un'invenzione del 1776.
Oggi il 90% del konjac giapponese esce da una sola prefettura, Gunma, che gli ha dedicato un parco con visita alla fabbrica, buffet gratuito e perfino un santuario. Da noi il santuario non c'è, ma l'insalata di shirataki è al banco tutta la settimana.
