20 ottobre 2026
Cachi: il frutto viene dal Giappone, il colore dalla Persia
La parola arriva dal giapponese, il colore dal persiano «polvere». Si scrivono uguale per puro caso. E sul singolare, caco o cachi, non è d'accordo nessuno.

La parola «cachi» in italiano è vecchia di due secoli: nel 1826 era scritta kaki, nel 1836 compare già cachi. Viene dal giapponese ed è arrivata da noi passando per il francese. Il nome scientifico, Diospyros kaki, mette insieme il giapponese e il greco: diòspyros è glossato come «frutto degli Dei», alla lettera il frumento di Giove.
Il colore cachi, quello fra il fulvo e il sabbia, non c'entra niente. Quello arriva dal persiano khak, polvere, ed è entrato da noi passando per l'inglese e per le divise coloniali. Due parole scritte uguale con due storie diverse: in comune hanno soltanto l'oscillazione fra cachi e kaki.
Poi ci sono i nomi di casa. A Napoli è il lignosanto; a Catania, Lecce, L'Aquila e Roma è il loto; a Firenze il diospero, e c'è anche chi dice ghìospero; in Lunigiana il pomocaco. Sul singolare, invece, non è tranquillo nessuno: «cachi» sarebbe invariabile, e «caco» è una ricostruzione, nata perché quella -i finale sembrava un plurale maschile. In un'indagine su 372 parlanti di 31 città il singolare caco è risultato certo solo in 32 casi.
Un frutto con quattro nomi e un singolare incerto. Questa settimana lo trovate nel budino cachi e cacao, con la cannella.
